E’ vietata la riproduzione, parziale o totale, in qualsiasi forma e secondo ogni modalità, dei contenuti di questo blog, senza l’autorizzazione preventiva dell’autore.
Tutte le interviste, gli articoli, e le pubblicazioni artistiche realizzate da Gisela Scerman sono protette dal diritto esclusivo d’autore, e il loro utilizzo è consentito solo citando la fonte e l'autore e/o chiedendo il permesso preventivo dello stesso.

Creative Commons License



News e appuntamenti


x




IN LIBRERIA

15 giugno 2008

Bisogno d'assenza

Giorno, sapete bene che con la domenica non ho un buon rapporto, avrei scritto feeling istintivamente, ma poi anche gli inglesismi mi danno noia. Mi chiedo ultimamente cos'è che non mi dà noia. Mi spiace di essere nella realtà così assente (mi scuso per chi mi cerca e non rispondo, ultimamente non ce la faccio scusate) anche se son poi qui a scancherare su internet, ma non è per nulla un buon periodo, e quando dico per nulla, dico per nulla.
Guardo fuori, sarebbe anche una giornata di quelle che mi verrebbe da dire dài vado a fare quattro passi che arrivo alla panchina a tirare dei sassolini, mentre mi leggo qualche bella pagina di libro, invece devo finire delle trafile editoriali che non sono per nulla piacevoli.

Poi mi sorprendo quando trovo delle persone e parlo della sofferenza che proprio hanno un muro davanti, non mi stupisco più quando l'editoria si rifiuta di voler pubblicare titoli, romanzi dove la malattia e la morte non volgono a lieto fine; non si è disposti a vedere a fondo, oggi no, chissà, poi parlo, ma io non so se in passato era diverso, o più che altro si doveva.
L'amore, credo quello vero ci pone il nostro raggio d'azione - non penso che l'amore possa prescindere da una responsabilità e quindi essere scollegato dai sensi di colpa, e/o dal nostro esserci in un modo preciso. Questo nella realtà stretta è inevitabile, più si è dentro questa forza centripeta della virtualità, più si tende alla superficie, inevitabilmente. E quindi non parlo di senso di colpa, raggio d'azione nel senso cattolico del termine, ma nel senso responsabile individuale non pseudo-coscienza collettiva.

Tutto questo per dir cosa? Che l'approccio è sempre fintamente caldo perché il calore non esiste più quello vero, il calore vero sta nel fondo, nell'accettare anche le parti meno lucenti di quello che ci circonda. Si scansano le fatiche umane, si finisce per non accettare nemmeno il proprio di dolore, ma non risolvendolo il ché sarebbe buono, ma facendo finta che non esista perdendosi nei trucchi magici del falso benessere.

Invece dal dolore bisogna tirane fuori il bene, cercare di farlo se non altro. Non farsi schiacciare, io spesso invece mi faccio schiacciare, perché perché forse a volte è più semplice così abbandonarsi allo stare male, e cercare di farne un fatto esistenziale, ma poi no, si arriva ad un punto che si sta male e basta, te ne freghi del fatto esistenziale. Anche se in parte è imprescindibile.
Maine de Biran scriveva che "Solo i malati si sentono esistere" e vi dirò io credo di non aver mai sentito una frase più vera, sentirsi esistere per come la vedo io non nel senso nettamente esistenziale filosofico, ma la malattia ti dà il senso del peso si fisico, ti dà la tridimensionalità, lo spazio e il tempo, il tuo limite in un qualche modo, tutto il tuo limite e cosa siamo nel mondo fisico se non il nostro limite? qualunque esistenza è il limite che la crea. Non ha a che fare con congetture, ma con strutture, il limite. Poi si può concettualizzare, ma solo dopo. Quando sei nel letto e ti rendiconto che alzarti non ce la fai, ecco quello è il limite, ti che sei di carne ed ossa, e il mondo di fuori che è solo uno sfondo, e tu fai parte di quello sfondo che di fatto è tutto e non è niente. Poi sulla malattia volevo citare una donna Gina Lagorio (moglie dell'editore Livio Garzanti) Le malattie sono più intelligenti di noi, trovano la risposta dei nostri problemi prima di noi" - in parte è vero - credo che lei riprenda come scriveva Proust ci sono mali dai quali non bisogna cercare di guarire, perché sono i soli a proteggerci da altri mali più gravi" - quando accusiamo un male, è un segnale che indica altro. Su questo non avei dubbi, esserne consapevole e cercare di trasformare come si dice il petrolio in oro. Ma non è facile, nemmeno quando alla fine ci si rende conto che sotto sotto, sì si sta male, malissimo, in parte ci si compiace anche, ma passato il compiacimento resta il vuoto davvero.

11 commenti:

Anonimo ha detto...

...Penso spesso che il dolore altro non sia che un "dettaglio" di ciò che è dentro di noi, pulsioni e frequenze, alte e basse; ma la malattia è come un argomentare il dolore, sviscerarlo dalla sua natura per tradurlo nel nostro ideale "in-vivibile", cerchiamo troppi perchè dove non esistono soluzioni. Alla base della malattia non esiste solo il dolore, bensì un regime pulsionale molto più definito e ampio che riguarda "l'ascolto"; esiste il dolore impossibile ma è totalmente svincolato dal concetto stesso di Malanno in senso patologico, il dolore impossibile è nel non riuscire a sentire dolore (Montesquieu)...vive per se stesso, e qui ti do ragione quando parli del sentirsi esistere, che noi si vive nello sbatacchio delle illusioni, i pensieri fanno troppo male alla sofferenza, fanno davvero male. Mentre il dolore come tu lo intendi è un soggetto importantissimo per analizzare il reale, il giochetto catapilettico del corpicino che comincia a crepare da quando si nasce, questa confezione che s'irrigidisce al punto tale da non permettere più a nessuno di poterci passare sopra, alieni...miseria siamo anche questo! Poi sono sicuro che nelle allucinazioni del giorno s'è sempre un po più appassionati se riusciamo a percepire qualcosa che ci appartiene, che gode di noi; ti ci vuole tanta gape e forza, ma una forza che si nutre essenzialmente di ciò che ti fa così male...Ribalta la bilancia, indagine, mistero. Ho visto i tuoi occhi

Trincia-Senna

Anonimo ha detto...

Cavolo Gisy quanto ti capisco, anche se poi ognuno c'ha il suo male e i suoi dolori ed è difficile condividerli (come diceva Vasco "egoista certo, perché no, quando c'ho il mal di stomaco con chi dovrei condividerlo?" :-)), però capisco che il tuo malessere è più ampio, esistenziale direi, in fondo dipende dall'intelligenza, come diceva Roland Barthes "troppa intelligenza fa male" e tu non sei un'oca purtroppo...;-))
a parte gli scherzi vorrei cercare di risollevarti almeno il morale se non il fisico, poi sul "bisogno d'assenza" con me sfondi una porta aperta, in fondo è l'insofferenza d'esserci di cui parlava C.B., è scontento, anche nei casi più "felici", ma la felicità oggi è quasi sempre falsa, "essere bravi (e quindi sani e forti) è il primo comandamento del potere dei consumi" diceva Pasolini, bravi cioè per essere felici, consoliamoci così, "forti, ricchi e belli, biondi, sani e snelli, non dirmi che gli crederai, dietro quelle storie squallide miserie vedrai..." (R.Z., "Voyeur"), spero di rivederti presto in forma...;-)
Alex.

antonio ha detto...

Una volta mi è scappata una confessione: "E' come se non volessi guarire."

Haemo Royd ha detto...

Volevo scrivere qualcosa per darti una mano, poi ho pensato che anche questo serve a crescere, chissà magari aiutarti ad uscire dal disagio negherebbe a noi tutti grandi cose future fatte da te...per cui non ti aiuto e aspetto.
:-) Haemo

Gisy ha detto...

Le cose sono facili quando riescono, non lo sono quando non riescono. tutto qui più o meno.

Non è solo questione banale, ma poi vera di "riuscire a spostare un punto di vista" - ma l'essenza quella come la si sposta se la si è...ed è un monolite.

In quanto a quello che dice Alex - non essere un'oca e quindi si soffre perché non si è degli ochi.
Bah anche su questo ho da ridire, se è vero che gente in gambissima che ho conosciuto non ha mai dei periodi dilatati di felicità, il contrario non vale, ovvero c'è gente che soffre che ritengo del tutto rincretinita.
Insomma una che soffre può essere in gamba come no, uno che è sempre felice difficilmente è uno in gamba.
A volte per lusingarci tra di noi ce ne raccontiamo di ogni. Oggi c'è sempre l'ego difronte a tutto, del resto forse lo è anche parlare del proprio star male.

Antonio - io lo vorrei, ma poi sarei ancora io? A volte me lo chiedo.

@ Haemo Royd - curioso il tuo blog me lo leggerò, con calma, credo di linkarti.

Non assecondatemi che fate peggiooooooooooooooooooooo

"le malattie prolungate danno alla carne più piacere che dolore"

Epicuro "Massime capitali"

antonio ha detto...

Oggi sto meglio, rispetto a quando feci quella confessione. Più forte, così mi sento. A volte, cado ancora.
Noi siamo il risultato delle esperienze fatte e subite, della gente incontrata.
Anche quella segretaria che giovedì mi ha detto che non sono normale, giudicando eccessiva la mia confidenza con coloro con cui lavoro (ma son 6 mesi che lavoro lì, credo che la confidenza sia normale, no?), è entrata a far parte di me. Sono io con qualcosa d'altro: una ferita, un graffio perlopiù, dell'animo che si è rimarginata. Un segno che mi renderà più sensibile su come interloquire con gli altri, facendomi sforzare di percepirne di più gli stati d'animo. Oppure che mi farà mandare a quel paese quella segretaria il giorno che mi farà ancora discorsi così intrisi di inutile livore.
Kevin Costner in Fandango brindava così: "A quello che siamo, a quello che eravamo, a quello che saremo". Non necessariamente la stessa cosa, ma pur sempre noi.
Stammi bene, Gisela. Non si può soffrire per sempre. Neanche essere felici e sereni, penso. Ma perché non provarci?

Gisy ha detto...

A me lo dicono in continuazione che do troppa confidenza, boh forse è vero, poi se non lo fai te la tiri. Poi non è nemmeno questione di risultare in un modo o nell'altro, se dall'altra parte si sente la disponibilità e se a noi va di farci ascoltare, e qualcuno ci ascolta perché no? Io faccio di peggio in termini di confidenza a volte, però fin ora non posso dire di aver avuto svantaggi in questo anzi.
Forse anche la capacità di capire a chi stiamo dicendo determinate cose, ma poi anche il dire, ognuno lo fa sempre per se stesso.
Non si può essere sempre infelici lo scriveva anche Camus.
Poi quei rari momenti in cui vedi la felicità però, Cristo se te la godi.

Anonimo ha detto...

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior...


^^*^^

Eliselle ha detto...

da una che ha provato la malattia, e la rinascita, nel mio piccolo ti dico: meglio stare bene, perché è vero che la malattia ti dà la tridimensionalità, però poi ci si stanca anche, di quello stato, eh?

"dal dolore bisogna tirarne fuori il bene": e qui ti appoggio, mia cara; è l'unica cosa che rimane da fare, e che aggiunge un'altra dimensione alla tridimensionalità di cui sopra

kisses (e sono contenta che tu legga il romanzo, spero che ti diverta)

Anonimo ha detto...

.
i virus, forse, sono i primi organismi viventi apparsi sulla terra. Forse negli incontri/scontri che avvengono in natura, tempo dopo tempo, le varie forme vitali si sono modificate e un risultato è quello che oggi c'è sulla terra.
Ancora oggi i vari virus, compresi quelli che entrano nel nostro corpo, non fanno altro che quello che fanno tutti in natura: cercare di sopravvivere.
Il malessere, cosidetto indefinito, a qualcosa servirà.
Forse, visto che la vita, la nostra, vista da singolo, potrebbe apparirci inutile, ma che invece evidentemente nella multidudine a qualcosa serve, chissà quel male oscuro che ogni tanto o spesso ci attanaglia forse ci serve per darci un senso.

Boh, forse stasera sono un poò confuso....

Mi butto nella massa, mi piazzo davanti alla tv e guardo austria-germania. E pensare che a me il calcio neanche mi interessa più di tanto. Però è anche vero che copulare è un atto che fanno tutti... una massa.

by by

paolo
barbar

Gisy ha detto...

@ Ely - l'inizio almeno diverte sicuro, me lo leggo sempre quando vado da bologna-modena modena-bologna, devo dire che si legge molto facilmente...ora preparati a ricevere orde di schiavetti ai tuoi piedi però e non lamentarti ! eheeh

sullo stare bene male acci se è lunga.

@ Paolo - che bello pensare a niente ogni tanto però...o no?