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News e appuntamenti


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Intervista sul sito del TRASCIATTI

IN LIBRERIA

13 gennaio 2012

Álvaro de Campos





Álvaro de Campos (Fernando Pessoa), 15/01/1928

Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso voler essere niente.
A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.


Finestre della mia stanza,
della stanza di uno dei milioni al mondo che nessuno sa chi è
(e se sapessero chi è, cosa saprebbero?),
vi affacciate sul mistero di una via costantemente attraversata da gente,
su una via inaccessibile a tutti i pensieri,
reale, impossibilmente reale, certa, sconosciutamente certa,
con il mistero delle cose sotto le pietre e gli esseri,
con la morte che porta umidità nelle pareti e capelli bianchi negli uomini,
con il Destino che guida la carretta di tutto sulla via del nulla.


Oggi sono sconfitto, come se conoscessi la verità.
Oggi sono lucido, come se stessi per morire,
e non avessi altra fratellanza con le cose
che un commiato, e questa casa e questo lato della via diventassero
la fila di vagoni di un treno, e una partenza fischiata
da dentro la mia testa,
e una scossa dei miei nervi e uno scricchiolio di ossa nell’avvio.


Oggi sono perplesso come chi ha pensato, trovato e dimenticato.
Oggi sono diviso tra la lealtà che devo
alla Tabaccheria dall’altra parte della strada, come cosa reale dal di fuori,
e alla sensazione che tutto è sogno, come cosa reale dal di dentro.


Sono fallito in tutto.
Ma visto che non avevo nessun proposito, forse tutto è stato niente.
Dall’insegnamento che mi hanno impartito,
sono sceso attraverso la finestra sul retro della casa.
Sono andato in campagna pieno di grandi propositi.
Ma là ho incontrato solo erba e alberi,
e quando c’era, la gente era uguale all’altra.
Mi scosto dalla finestra, siedo su una poltrona. A che devo pensare?
Che so di cosa sarò, io che non so cosa sono?
Essere quel che penso? Ma penso di essere tante cose!
E in tanti pensano di essere la stessa cosa che non possono essercene così tanti!
Genio? In questo momento
centomila cervelli si concepiscono in sogno geni come me,
e la storia non ne rivelerà, chissà?, nemmeno uno,
non ci sarà altro che letame di tante conquiste future.
No, non credo in me.
In tutti i manicomi ci sono pazzi deliranti con tante certezze!
lo, che non possiedo nessuna certezza, sono più sano o meno sano?
No, neppure in me…
in quante mansarde e non-mansarde del mondo
non staranno sognando a quest’ora geni-per-se-stessi?
Quante aspirazioni alte, nobili e lucide -,
sì, veramente alte, nobili e lucide -,
e forse realizzabili,
non verranno mai alla luce del sole reale nè troveranno ascolto?


Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
e non di chi sogna di poterlo conquistare, anche se ha ragione.


Ho sognato di più di quanto Napoleone abbia realizzato.
Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo.
Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto.
Ma sono, e forse sarò sempre, quello della mansarda,
anche se non ci abito;
sarò sempre quello che non è nato per questo;
sarò sempre soltanto quello che possedeva delle qualità;
sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta,
e ha cantato la canzone dell’Infinito in un pollaio,
e sentito la voce di Dio in un pozzo chiuso.
Credere in me? No, né in niente.


Che la Natura sparga sulla mia testa scottante
il suo sole, la sua pioggia, il vento che trova i miei capelli,
e il resto venga pure se verrà o dovrà venire, altrimenti non venga.
Schiavi cardiaci delle stelle,
abbiamo conquistato tutto il mondo prima di alzarci dal letto;
ma ci siamo svegliati ed esso è opaco,
ci siamo alzati ed esso è estraneo,
siamo usciti di casa ed esso è la terra intera,
più il sistema solare, la Via Lattea e l’Indefinito.


(Mangia cioccolatini, piccina; mangia cioccolatini!
Guarda che non c’è al mondo altra metafisica che i cioccolatini.
Guarda che tutte le religioni non insegnano altro che la pasticceria.
Mangia, bambina sporca, mangia!
Potessi io mangiare cioccolatini con la stessa concretezza con cui li mangi tu!
Ma io penso e, togliendo la carta argentata, che poi è di stagnola,
butto tutto per terra, come ho buttato la vita.)
Ma almeno rimane dell’amarezza di ciò che mai sarà
la calligrafia rapida di questi versi,
portico crollato sull’Impossibile.
Ma almeno consacro a me stesso un disprezzo privo di lacrime,
nobile almeno nell’ampio gesto con cui scaravento
i panni sporchi che io sono, senza lista, nel corso delle cose,
e resto in casa senza camicia.


(Tu, che consoli, che non esisti e perciò consoli,
Dea greca, concepita come una statua viva,
o patrizia romana, impossibilmente nobile e nefasta,
o principessa di trovatori, gentilissima e colorita,
o marchesa del Settecento, scollata e distante,
o celebre cocotte dell’epoca dei nostri padri,
o non so che di moderno - non capisco bene cosa -,
tutto questo, qualsiasi cosa tu sia, se può ispirare che ispiri!
Il mio cuore è un secchio svuotato.
Come quelli che invocano spiriti invoco
me stesso ma non trovo niente.


Mi avvicino alla finestra e vedo la strada con assoluta nitidezza.
Vedo le botteghe, vedo i marciapiedi, vedo le vetture passare,
vedo gli esseri vivi vestiti che s’incrociano,
vedo i cani che anche loro esistono,
e tutto questo mi pesa come una condanna all’esilio,
e tutto questo è straniero, come ogni cosa.)
Ho vissuto, studiato, amato, e persino creduto,
e oggi non c’è mendicante che io non invidi solo perchè non è me.
Di ciascuno guardo i cenci e le piaghe e la menzogna,
e penso: magari non ho mai vissuto, nè studiato, nè amato, nè creduto
(perchè si può creare la realtà di tutto questo senza fare nulla di tutto questo);
magari sei solo esistito, come una lucertola cui tagliano la coda
e che è irrequietamente coda al di qua della lucertola.


Ho fatto di me ciò che non ho saputo,
e ciò che avrei potuto fare di me non l’ho fatto.
Il domino che ho indossato era sbagliato.
Mi hanno riconosciuto subito per quello che non ero e non ho smentito, e mi sono perso.
Quando ho voluto togliermi la maschera,
era incollata alla faccia.
Quando l’ho tolta e mi sono guardato allo specchio,
ero già invecchiato.
Ero ubriaco, non sapevo più indossare il domino che non mi ero tolto.
Ho gettato la maschera e dormito nel guardaroba
come un cane tollerato dall’amministrazione
perchè inoffensivo
e scrivo questa storia per dimostrare di essere sublime.
Essenza musicale dei miei versi inutili,
magari potessi incontrarmi come una cosa fatta da me,
e non stessi sempre di fronte alla Tabaccheria qui di fronte,
calpestando la coscienza di esistere,
come un tappeto in cui un ubriaco inciampa
o uno stoino rubato dagli zingari che non valeva niente.


Ma il padrone della Tabaccheria s’è affacciato sulla porta e vi è rimasto.
Lo guardo con il fastidio della testa piegata male
e con il disagio dell’anima che sta intuendo.
Lui morirà ed io morirò.
Lui lascerà l’insegna, io lascerò dei versi.
A un certo momento morirà anche l’insegna, e anche i versi.
Dopo un po’ morirà la strada dove fu stata l’insegna,
E la lingua in cui furono scritti i versi.
Morirà poi il pianeta che gira in cui tutto ciò accadde.
In altri satelliti di altri sistemi qualcosa di simile alla gente
continuerà a fare cose simili a versi vivendo sotto cose simili a insegne,
sempre una cosa di fronte all’altra,
sempre una cosa inutile quanto l’altra,
sempre l’impossibile, stupido come il reale,
sempre il mistero del profondo certo come il sonno del mistero della superficie,
sempre questo o sempre qualche altra cosa o nè una cosa nè l’altra.


Ma un uomo è entrato nella Tabaccheria (per comprare tabacco?),
e la realtà plausibile improvvisamente mi crolla addosso.
Mi rialzo energico, convinto, umano,
con l’intenzione di scrivere questi versi per dire il contrario.
Accendo una sigaretta mentre penso di scriverli
e assaporo nella sigaretta la liberazione da ogni pensiero.
Seguo il fumo come se avesse una propria rotta,
e mi godo, in un momento sensitivo e competente
la liberazione da tutte le speculazioni
e la consapevolezza che la metafisica è una conseguenza dell’essere indisposti.


Poi mi allungo sulla sedia
e continuo a fumare.
Finche il Destino me lo concederà, continuerò a fumare.
(Se sposassi la figlia della mia lavandaia
magari sarei felice.)
Considerato questo, mi alzo dalla sedia.
Vado alla finestra.
L’uomo è uscito dalla Tabaccheria (infilando il resto nella tasca dei pantaloni?).
Ah, lo conosco: è Esteves senza metafisica.
(Il padrone della Tabaccheria s’è affacciato all’entrata.)
Come per un istinto divino Esteves s’è voltato e mi ha visto.
Mi ha salutato con un cenno, gli ho gridato Arrivederci Esteves!, e l’universo
mi si è ricostruito senza ideale né speranza, e il padrone della Tabaccheria ha sorriso.

05 gennaio 2012

Giudizi estetici sugli artisti (specie se donne)



















C'è una cosa quando guardo i video musicali su you tube che proprio non sopporto e nemmeno capisco. Giudicare i cantanti o più frequentemente le cantanti per il loro spetto fisico e o la loro vita privata. Spesso capita che cantanti che sono state belle donne, e a mio parere lo sono tutt'ora Nada per esempio, vengano ricoperte di insulti perché ora non rappresentano più un ideale di donna bella. Questo a maggior ragione se allora erano un tempo belle donne come Claudia Mori ad esempio, Nada già citata, ma poi potrei parlare per altre ancora, e senza parlare dei commenti sulla vita privata, magari se Tiziano Ferro sia o meno gay, dove questo sembrerebbe discriminare un autore o farlo diventare un icona. 

Cioè, una artista fa arte, cosa importa se ora non è più esteticamente come allora, cosa importa le sue preferenze quotidiane, ciò che si deve giudicare dell'artista è la sua arte, che spesso chiaramente non è nettamente scindibile dalla propria umanità, ma sicuramente lo è dalla propria espressione estetica. Perché deve esserci sempre questa esigenza di mettere un giudizio che poco ha a che fare con l'arte dell'artista prima della sua arte? perché una donna se passa il tempo deve essere condannata per questo a insulsi e denigrazioni, dove sembra davvero contare poco il suo percorso artistico? .

Questo è la prova che oggi ci sia sempre più superficialità nel giudizio, un tempo si portava rispetto agli astisti e si rimaneva critici rispetto il loro percorso, dove si poteva essere più o meno d'accorso sulle evoluzioni o involuzioni a riguardo. Certamente non esisteva internet e mezzi in cui chiunque può intervenire, insultare, adulare, eleggere o massacrare chi vuole a propria indiscrezione.
Dico che mi pare una cosa piuttosto idiota, ma forse alla fine quello che importa è sentirsi migliori sminuendo gli altri, cosa importa come. 

18 dicembre 2011

Cartoline di Natale vintage

Una grande passione per la collezione di cartoline vintage, per l'occasione ho pensato di postarne qualcuna  tema natalizio...quella in bianco e nero dove Babbo Natale pare l'uomo nero più che un dispensatore di doni, risale al 1800, una delle prime rappresentazioni del famoso benefattore dei bambini...















14 novembre 2011

Lo spaventapasseri

 






















Dissi una volta ad uno spaventapasseri: "Devi essere stanco di startene da solo in questo campo".
 Disse: "La gioia di spaventare è profonda  e continua e io non ne sono mai stanco".
 Dopo averci pensato un minuto dissi: "è vero conosco anch'io quella gioia".
 Disse - "solo chi è impagliato la consce".
 Allora me ne andai, non sapendo se mi avesse elogiato o sminuito. Trascorse un anno e nel frattempo lo spaventapasseri era diventato un filosofo. Quando gli ripassai vicino vidi due corvi che si costruivano il nido sotto il suo cappello.


da "Il precursore folle" di Gibran Kahili Gibran

25 ottobre 2011

Si dà fuoco perché escluso dal GF





















Cioè notizia

"sì da fuoco sopo essere stato scartato dal Grande Fratello" - dandosi fuoco davanti gli studi di Cinecittà. il tizio si era già fatto tatuare il logo di mediaset sul braccio. - I soccorsi tempestivi lo hanno comunque salvato e non riporta gravi danni" 

Io dico una petizione contro quelli che sono intervenuti, il cervello ce l'aveva già bruciato, potevano anche risparmiare sull'acqua.

Ma dove cazzo sta andando questo mondo, magari fossero troie.

23 settembre 2011

La fuga secondo Pessoa















Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o eremo, che possegga la virtù di non essere questo luogo. Non voglio più vedere questi volti, queste abitudini e questi giorni. Voglio riposarmi, da estraneo, dalla mia organica simulazione. Voglio sentire il sonno che arriva come vita e non come riposo. Una capanna in riva al mare, perfino una grotta sul fianco rugoso di una montagna, mi può dare questo. Purtroppo soltanto la mia volontà non me lo può dare. La schiavitù è la legge della vita, e non c’è altra legge perché questa deve compiersi, senza possibile rivolta o rifugio da trovare. Certuni nascono schiavi, altri diventano schiavi, ad altri ancora la schiavitù viene imposta. L’amore codardo che tutti noi proviamo per la libertà (libertà che, se la conoscessimo, troveremmo strana perché nuova e la rifiuteremmo) è il vero indizio del peso della nostra schiavitù. Io stesso, che ho appena detto che desidererei una capanna o una grotta per essere libero dalla noia di tutto, che poi è la noia che provo per me, oserei forse andare in quella capanna o in quella grotta consapevole che, dato che la noia mi appartiene, essa sarebbe sempre presente? Io stesso, che soffoco dove sono e perché sono, dove mai respirerei meglio se la malattia è nei miei polmoni e non nelle cose che mi circondano? Io stesso, che ardentemente sogno il sole puro e i campi liberi, il mare visibile e l’orizzonte largo, chissà se mi adatterei al letto o al cibo o a non dover scendere otto rampe di scale per arrivare alla strada o a non entrare nella tabaccheria dell’angolo o a non scambiar il buongiorno con l’ozioso barbiere. Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita e, quale bava del grande Ragno, ci unisce in modo sottile a ciò che è prossimo, imprigionandoci in un letto lieve di morte lenta dove dondoliamo al vento. Tutto è noi e noi siamo tutto; ma a che serve questo, se tutto è niente? Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un’improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle.

 [Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares]

22 settembre 2011

15 settembre 2011

mancamenti




















Dicono ma al meteo

"oggi ancora una bellissima giornata di sole splenderà su tutta l'Italia"-  cioè c'è solo della gente che si sente male e portata via in ambulanza all'ospedale e continuano con dire che bello quanto dura l'estate. Io non capisco eh. Io voglio l'autunno !!!

09 settembre 2011

Meccanica umana
















Meccanica umana. Chiunque soffre cerca di comunicare la propria sofferenza – sia maltrattando, sia provocando pietà – al fine di diminuirla, e in effetti così la diminuisce veramente. Chi è del tutto in basso, chi nessuno compiange, chi non ha il potere di maltrattare nessuno […], è avvelenato dalla sofferenza che resta in lui. Questo è imperioso, come la forza di gravità.
Far del male ad altri significa riceverne qualcosa. Che cosa? Che cosa si è guadagnato (e si dovrà restituire) quando si è fatto del male? Ci si è accresciuti. Ci si è distesi. Si è riempito un vuoto in se stessi creandolo in un’altra persona.
Tendenza ad espandere il male fuor di sé: e io l’ho ancora! Gli esseri e le cose non mi sono sacri abbastanza. Così potessi non macchiare io nulla, quand’anche fossi tutta trasformata in fango. Non insozzare nulla, nemmeno nel pensiero. Nemmeno nei momenti peggiori potrei distruggere una statua greca o un affresco di Giotto. Perché lo farei dunque con un’altra cosa? Perché, per esempio, con un istante della vita d’un essere umano, che potrebb’essere un istante felice?

[Simone Weil]

28 agosto 2011

Verità e bellezza


















Qualche giorno fa ho ricevuto una mail che mi ha fatto davvero piacere. Non è la prima devo dire, ma lamentava che non scrivo più o quasi più su questo blog, dicendo che  i blog sinceri non devono andare perduti. Insomma mi ha fatto molto piacere. Lasciar perdere è un grosso rammarico anche per me perché ha diversi anni, perché ci ho ficcato dentro entusiasmai, speranze delusioni amarezze e diverse malinconie.
Però ci si chiede anche perché continuare a scrivere quando comunque i post commentati alla fine sono quasi sempre quelli dove si parla di gossip, di sesso, politica o cazzate. Che ci stanno, certo che ci stanno. Però è inutile dirlo, demotiva l'intento con il quale volevo portare avanti questo spazio, proprio da quando l'ho diviso dagli argomenti più hot con "figa a merenda" blog che come da previsione è visitatissimo.

Quello che mi accade qui, a maggior e peggior ragione è quello che mi accade quando vengo presa dall'entusiasmo di scrivere nuove cose, che ci sono in testa, ma già dall'altra parte conosco un muro. Però questo l'ho già detto e ridetto, non voglio, (e con questa frase lo faccio) continuare a tornare a lamentarmi dei sistemi editoriali, discografici, culturali ecc.
Insomma ciò che è verità, per me è anche bellezza, sia una verità scomoda, sia magnifica, o altro cosa fa la verità? brilla ha una potenza incredibile. Per questo continuo a credere che cercare di portare quel che è autentico nelle forme d'arte e umane sia una delle poche salvezze che ci siano concesse, spesso oggi dove il fumo è la cosa più venduta ad un prezzo altissimo tra l'altro. Dovrei scrivere storie, anziché annaspare in questo concetto, che detto così fila ma rimane pur sempre poco concreto, così mi propongo, ora che per fortuna l'estate sta finendo, di riprendere in mano anche questa situazione del blog, per quelle persone che pur in silenzio seguono e sono felici di farlo. 

Insomma, devo dire grazie a chi continua a darmi fiducia e mi fa pensare che ci sia un motivo per portare avanti anche pubblicamente quello in cui si crede. Quindi saluto chi passa di qui e come dire mi accingo all'autunno.

31 luglio 2011

Conversazioni del vento volante (Gianni Celati)














Ci sono volte che ha senso tornare perché si sente che si ha qualcosa da dire, oppure che qualcuno ha detto cosa che condividi e quindi sì, se avessi potuto le avrei dette io e quindi mi va di riportarle a mia volta.



Il nuovo libro di Gianni Celati uscito per la Quodlibet editore è uno di quei libri che ti illuminano la strada, che magari sai che c'è, ma non la vedi poi a volte così bene. "Conversazioni del vento volante" è il libro. ne riporterà alcuni passaggi che trovo molto importanti significativi, concetti di Celati forse già anticipati in altri scritti ma che farebbero sempre bene non rimangano righe scritte, ma vere e proprie lezioni di interpretare l'esistenza, specie quella attuale.

"Scrive max Frish un Stiller: "Quanto deserto vi è in questo pianeta che ci ospita non l'avevo mai saputo prima, l'avevo soltanto letto; né mai avevo saputo fino a qual punto tutto ciò di cui viviamo sia il dono di una piccola oasi, inverosimile come la grazia" - (-----)

Celati - "tra queste due illuminazioni c'è un filo di pensiero che,  se sviluppato ci porta a vedere il deserto sulla soglia di ogni luogo abitato, d'ogni nostra casa, e alla fine ci porta anche a vedere il carattere illusorio addomesticamento del pianeta.

Questo filo di pensiero dice anche che noi non siamo i padroni del pianeta, benché questa sia la nostra convinzione più profonda. Ci dice che la nostra dimora è sempre precaria, benché lo sforzo della civiltà moderna consista nel far scordare agli uomini la precarietà della propria presenza. ci dice infine che, in questa tarda fine d'epoca, non c'è alcun lavoro di ricerca con qualche autenticità, senza riferimento all'emblema del deserto. Perché il deserto che alla fine poeti e fotografi, narratori e filosofi, hanno sempre di fronte, quando mandano richiami verso il mondo.

Questo è un emblema non solo della nostra miseria epocale, ma anche dell'enorme sforzo immaginativo che è richiesto da ogni attraversamento dello spazio, del vuoto, del deserto. Perché nel vuoto che ci avvolge, miseria e immaginazione si riconoscono e si danno la mano, non si negano a vicenda: e avremo allora deserti  che sono immagini di pienezza, la grazia della piccola oasi sullo sfondo di sabbia fino all'orizzonte, la parola ritrovata per mezzo del silenzio, gli uomini come le piante, le ere mitiche come paesaggio quotidiano, e il vento volatore che attraversa la valle.


24 giugno 2011

La solitudine

Non è la Pausini eh, ma uno dei miei pezzi preferiti in assoluto. (scusate l'assenza è un momento pensate per molte cose) ma tornerò ;) spero !




e avec le temps da brividi



e un'altra sua canzone molto meno conosciuta in italiano, ma strepitosa come tutte le sue del resto.

T'amavo tanto sai