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IN LIBRERIA

14 maggio 2008

Forma e sostanza

Passato il lunedì - ho avuto una discussione riguardo il solito trito e ritrito argomento forma-sostanza.

Parliamo nel genere letterario per il momento leviamo di mezzo le alte forme "artistiche" - le persone con cui ho avuto la discussione sostenevano che se uno scrive bene, ma dice delle "banalità" - il prodotto non è valido. E va bene, fino qui potremo essere d'accordo, almeno parzialmente. Però, se io dico delle scemenze tipo metti caso "i bacherozzi affogati nel miele", mettiamo sempre caso eh - la forma in cui lo dico - condiziona chi legge, questo credo sia indubbio. Dà eventualmente forma anche all'irrilevante, facendo dell'irrilevante qualcos'altro.

L'architettura di una frase, di un racconto, di un romanzo, è o non è, quella che dovrebbe dare il tipo di emozione che noi stessi che scriviamo, pretenderemo di dare a chi legge? Possimo avere molte pretese in questo senso e più ci sentiamo "affinati nell'animo" in positivo o i negativo - più ci rendiamo conto quanto lavoro (di cuore, di testa e di penna) c'è da fare per poter rendere l'idea di un sentire, e l'idea la puoi rendere mescolando il sentimento alla tecnica, non c'è pezza.

Dobbiamo in fin dei conti aver a che fare con tutte le altre percezioni che derivano da storie differenti - se non teniamo conto di questo il nostro è un lavoro fallimentare già in partenza, e non parlo di "compiacere il lettore". Ma sto andando fuori tema come si dice.

Al di là del dettaglio da rendere - credo che anche parlando del quotidiano - saper scrivere sia tra tante altre cose - la capacità di rendere straordinario un evento ordinario. In questo caso, davvero la forma diviene sostanza anche quando la sostanza sembra non esserci, come credo che cose importanti se sono scritte nel modo sbagliato vengano declassate della loro potenzialità.
Ne sapeva qualcosa Queneau quando ha scritto esercizi di stile - dove l'autore svolge in moltissimi modi differenti l'avvenimento di un tizio che a bordo di un autobus, a mezzogiorno, un uomo si lamenta per le spinte e la folla. Appena può si siede. Più tardi, racconta il tutto ad un amico, che gli dice di mettere un bottone sul suo soprabito.

Quindi mi son sentita dire che scrivere scemenze scritte "bene" è una bestemmia. Va bene, io dico che ci sono bestemmie peggiori, ci son scemenze scritte in maniera scema, e anzi io credo ancora peggio come già dicevo - eventi significativi scritti in maniera accademica che è il più gran torto che uno che scrive può fare essere schiavo delle accademie, e degli insegnamenti che cerca di eseguire perché senza questi si sentirebbe perduto. Lo metto alla stregua di chi compra vestiti costosi, perché si affida ad un ipotetico valore del soldo che fa da garante, supplisce ad un'incapacità di sentire cosa sia "il buon gusto" che magari si può rimeditare tranquillamente ai mercatini.

"Scritto bene" ecco poi bisogna sempre capire cosa significa bene. io bene intendo con una voce propria,a quel punto anche una scemenza scritta bene, ha un senso. Altri contenuti più complessi, invece cedo proprio possano assolutamente prescindere una certa struttura articolata per essere espressi, parlo soprattutto a un certo tipo di filosofia dove alcuni filosofia Deleuze Deridda Guattari ecc...ma anche altra filosofia - quelli hanno fatto del proprio linguaggi il linguaggio, o poi è anche vero che certe complessità non si possono esprimere a loro volta con un linguaggio semplice, perché partono già da delle strutture complesse.

L'altra obiezione che mi è stata fatta: io sostengo che la scrittura sia come le altre arti un insieme di tecnica e significato, invece pure qui a dire che se nelle altre forme artistiche come pittura, scultura ad esempio, la forma diviene il tutto (il che è un falso anche questo), invece nella scrittura essendoci la semantica di mezzo non si può pensare alla scrittura come un'arte data dalla forma, ma la priorità è il contenuto. Io beh vi lascio la palla a voi, si parlava l'atro giorno del lire se quella frase l'avesse detta pinco pallino anziché Carmelo bene. Ma teniamo fuori dal gioco la letteratura sperimentale, non vale.

8 commenti:

Momo ha detto...

Una volta a 14 anni ho preso 4 ad un compito di italiano.
La prof mi spiegò che il tono del discorso era sarcastico e che il tema nel complesso poteva essere paragonato ad un articolo di giornale, o meglio ad un articolo di un certo tipo di giornale di cui,però io, a 14 anni, ignoravo ancora l'esistenza...
Non essendo al corrente dell'esistenza dell'authority delle comunicazioni e dell'ordine dei giornalisti, quella volta lì decisi di piangere...
A 14 anni, a scuola, compresi che la forma si era fatta sostanza.

Anonimo ha detto...

E' come dipingere un oggetto che è sotto i tuoi occhi di continuo o dipingere qualcosa che tu non conosci e portarlo agli occhi di quante più persone riesci, esprimendo un tuo significativo quotidiano circa l'oggetto in questione...credi che ciò che conosci possa reggere così definitivamente un giudizio o lasciare comunque sia un alone meno profondo rispetto all'oggetto sconosciuto? La scrittura deve reggere l'idiota, deve convogliare a nozze l'imbecille e l'interessante ma allo stesso tempo far riflettere "il lettore"...hai fatto tutto un bel discorso sul "perchè?" come a giustificare una tua posizione, ok...ma esiste talmente tanto dietro quello che tu dici che rispondere, o essere convincenti non parla...uno scrive, uno muove, uno scorreggia, uno piange, uno dipinge, uno nasce, uno beve, uno si siede, uno si sposa, uno è in ritardo, uno ha rotto un vetro, uno è depresso, uno ha il cane, uno ha fatto un incidente, uno è di nuovo fuori...siamo in troppo pochi, la scrittura lo sa troppo bene, bisogna creare una macchina contenitrice che è in grado di reggere ogni ipotesi, ogni altisonanza, ogni meccanismo alchemico tra cuore e mente, tra vita e morte...la scrittura può far questo, gli avvocati mai...per questo l'indagine deve assolutamente amplificarsi e raggiungere il cosidetto "SE", che a me poi la psicologia fa schifo ma c'è qualcosa di malato e allo stesso tempo buono in questo...il quotidiano e sopratutto l'intenzione quotidiana è roba del MONATTO.

TRincia-Senna

Anonimo ha detto...

vieni a fare un salto?

trincea-senna.splinder.com

Anonimo ha detto...

Gà, bel dilemma...innumerevoli sono state le volte in cui mi son chiesto il rapporto di valore tra i due concetti: tutte quelle volte in cui un mero cavillo formale assurgeva a fonte di denegata giustizia.

La conclusione?...è impossibile prescindere da una simbiosi delle due parti...forma e sostanza si compenetrano sino a diventare l'uno il contenitore dell'altro....l'uno l'espressione dell'altro....l'apparire simbionte all'essere.
Non è forse il miglior esempio di civilità consumistica?

Ma charmante amie, quale tributo ai miei primi passi nel Gisyworld, ti dedico "Forma e sostanza" dei C.S.I.

http://it.youtube.com/watch?v=8AQl4f7zW8U


Alla prossima.

Santi
(Pipistrullo)
^^*^^

Anonimo ha detto...

sono d'accordo.

Buona sera
luigi pilla

antonio ha detto...

Ad ognuno il suo stile, no?

Davide ha detto...

Modestissimo contributo: anche io vivo di scrittura; ma non certo che velleità artistiche, diciamo che la mia potrebbe essere classificata come scrittura utile, ma anche inutile, dipende dai punti di vista(e dal risultato finale). Ho un lettore privilegiato, disgraziato, unico, che se potesse non mi leggerebbe affatto, ma è pagato per farlo!
Non scrivo racconti, novelle , romanzi, poesie; eppure spesso devo raccontare squarci di vita vissuta, spesso dolente. Non scrivo per me, per esprimere un mio senso artistico, lo faccio per altri che per questo mi pagano (se si ricordano)!
Però anche io mi pongo il problema del rapporto tra forma e sostanza e lo risolvo in questo modo: il mio unico lettore devo coccolarlo, convincerlo, non urtarne la sucettibilità, a volte blandirlo, idealmente strizzargli l'occhio, convincerlo delle mie buone ragioni.
A volte percepisco l'inutilità del mio sforzo, quando vedo che il sudore dei miei polpastrelli è rimasto intatto li dove lo avevo lasciato: chissà se per voi vale la stessa pena!
Un saluto a tutti, e specialmente a Gisy e Trincia.
Davide

Gisy ha detto...

@ Momo - abbiam tutti subito dei traumi dai prof prima o poi ;)

@ Trincia - Lo so l'argomento è talmente vasto e ci han scritto in cosi tanti che parlarne potrebbe sembrare non avere senso, ma poi è anche vero che questo potrebbe valere per un'infinità di altre cose. Odio le certezze, dire questa cosa è assolutamente una stronzata, quando appunto esistono tonnellate di pagine che tentano di spiegare queste stronzate. Semplicemente è un mio pensiero sull'argomento. celati scriveva e lo citerò bene in un post "che la malattia fa venire una gran voglia di essere capiti" e chi scrive "davvero" è "davvero un malato" di vita di morte di nostalgia di quel che vuoi, ma è malato.Ognuno sceglie come farsi ascoltare.

Visto il blog, magari te lo linko, alcuni post son davvero "belli" mi piacciono le ombre.

@Pipistrullo - :) Eh sicuramente c'è della simbiosi tra le parti - c'è chi poi dice - se il contenuto è povero, povera forma - ma la forma magari non diviene contenuto, ma sostanza sì.

@ Antonio - se dovessimo guardare "ad ognuno il suo stile" - varrebbe dire - solo forma...

@ Davide - Tutti quelli che scrivono, credo in un qualche modo, anche se non lo ammettono tutti - vogliono convincere il lettore delle loro buone ragioni, pure se il lettore fosse l'esatto opposto di quello che loro vorrebbero come lettore. E' sempre una sfida con l'identità la scrittura, ogni firma d'arte - ma la scrittura credo - sia un pò più frustrante. Perché?
Perché non esiste e basta come può esistere una scultura o una pittura, c'è di mezzo una semantica e il libro per essere letto ha bisogno di essere aperto.
Una cultura invece è lì. Vuoi o non vuoi è sfacciata.
Poi quel che noi vogliamo dire, raramente viene percepito esattamente per quel che vogliamo dire. Ma poi cosa importa. E' tutto illusorio.