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"Piero Ciampi una vita a precipizio" ed. Coniglio agosto 2005 - raccolta di interviste agli amici dell'autore morto nel 1980 causa un cancro ai polmoni quando avrebbe voluto fosse cirrosi
"La ragazza definitiva" - ed. Castelvecchi aprile 2007 - romanzo sul sesso l'ironia la morte.
IN LIBRERIA "Vorrei che fosse notte" Elliot edizioni
IN LIBRERIA "Piero Ciampi Maledetto poeta" Arcana edizioni 2012
Mi è capitato il mese scorso fa di andare al mercato e di trovare al banco dei tortellini un signore anziano ben tenuto di quelli di un tempo, passati gli 80 anni, che comprava appunto i tortellini, mi raccontava dai aver perso la madre da poco ultra centenaria 107 anni da poco, e che la casa adesso gli pareva triste che però allo stesso tempo si faceva coraggio e continuava a fare quello che aveva sempre fatto. "surgelo persino il brodo" che se capitano gli amici ho un buon piatto da dare da loro: "Lei deve avere una casa molto grande per surgelare il brodo" io dico. "eh sì, poi ora che non c'è più mia mamma, è davvero troppo grande; ma è per questo che ci tengo a tenerla viva e non far mancare mai nulla alle persone che mi vogliono bene"
Ho pensato che quella persona ha vinto tutto, se arrivi a quell'età con ancora la voglia di voler bene e fartene volere, e impegnarti perché questo avvenga nessun anno della sua vita di certo è stato sprecato.
Posto questo stralcio di intervista fatta da me ad Ezio Vendrame . Allora mi aveva colpito parecchio.
"Anche Léo Ferré era un grande. So che lo conobbe a Parigi.
Il regista Claudio Bonivento mi raccontò che quando aveva diciannove anni fu, per qualche tempo, l’autista di Léo Ferré. Una volta, alla frontiera di Ventimiglia, una guardia di confine li fermò e disse: «Aprite i bagagli, voi bombaroli». Dai tratti somatici e dalla presenza (in periodo di Brigate Rosse), avevano tutte le carte in regola per poterlo essere… Léo Ferré scese dalla macchina con la sua valigetta nera “tipo Romania”. Si rivolse alla guardia e le disse: «Senti, io non sono un coglione come te, che le bombe le nasconderebbe in una borsa. Io le bombe le ho qua». E col dito si indicava la testa.
Per dire che personaggi incredibili c’erano all'epoca. Ormai in questo merdaio di mondo non si ripresenteranno più. Non c’è speranza."
Tutta questa sovrapproduzione di ogni cosa, di ogni genere, su di ogni fronte causerà sempre più malattie, parlo ovviamente di malattie umane. Ma come possono essere curate le "cose" in questo modo? le "cose" che circondando che si creano, un tempo avevano un valore decisamente diverso, e erano delle soddisfazioni che duravano nel tempo; oggi più che mai iniettano questa necessità di rinnovo continuo, quando non c'è stato ancora tempo di metabolizzare "le cose" precedenti, di creare un rapporto seppur con l'inorganico, perché l'inorganico esiste eccome, anzi direi che L'inorganico e l'aura dell'organico per certi versi, e non possiamo pensare di costruire qualcosa di importante e che abbia spessore senza che l'inorganico a sua volta assuma un dato valore. Passiamo a diversi esempi: mi sono state chieste per un libro di essere lette 10 pagine di riassunto perché una sinossi di 60 era esagerata con tutto quello che c'è da fare. Non metto in dubbio la veridicità della cosa, anzi, ma siccome questo tipo di analisi vale più o meno tutti (anzi ammetto anche di essere in una condizione privilegiata) come si può pensare che una persona di dedichi alla valutazione reale di qualcosa in quel modo, e quelle cose come possono essere valutate realmente? Un tempo l'autore era seguito pari passo dagli editori, sia quando aveva il lavoro pronto che no, anzi. Ora ovviamente le case editrici si sono centiplicate, che dico milliplicate uguale i potenziali autori, e restano sempre uguali il numero di utenza che ne usufruisce o se non uguale di certo non ha subito un aumento proporzionale. Del resto chi è un po' dentro l'editoria sa benissimo che se pur per ipotesi ci fossero solo prodotti buoni ugualmente il pubblico, e persino un pubblico attento sarebbe spaesato difronte a tale offerta. Idem, per quanto riguarda la tecnologia e il fronte informatico, che bisogno c'è di cambiare in continuazione strumenti che di per sé non sono indispensabili e sono la copia della copia; certo sembrano più comodi rispetto i precedenti magari, ma di sicuro non sono quelli che miglioreranno la vita di una persona, se non fosse che quasi nessuno è completamente esente dal fatto di essere cascato nella trappola delle false esigenze: ovvero creare una rete di comunicazione tale e talmente omologata, che il linguaggio stesso è omologazione, e se l'unico linguaggio è omologazione questo significa che se si analfabeta dell'omologazione sei comunque tagliato fuori, non vali nulla, perché se non riesci a comunicare non esisti, non hai senso. Tutto questo per cosa? per farsi in definitiva il culo triplo per avere un sacco di cose non necessarie, alle quali in realtà si attribuisce un nullo significato simbolico e un tutto significato di status symbol, e avanti in una morsa continua in cui se non hai non sei, e per essere devi negare la tua esistenza. Mi sembra pressoché geniale.
Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso voler essere niente. A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.
Finestre della mia stanza, della stanza di uno dei milioni al mondo che nessuno sa chi è (e se sapessero chi è, cosa saprebbero?), vi affacciate sul mistero di una via costantemente attraversata da gente, su una via inaccessibile a tutti i pensieri, reale, impossibilmente reale, certa, sconosciutamente certa, con il mistero delle cose sotto le pietre e gli esseri, con la morte che porta umidità nelle pareti e capelli bianchi negli uomini, con il Destino che guida la carretta di tutto sulla via del nulla.
Oggi sono sconfitto, come se conoscessi la verità. Oggi sono lucido, come se stessi per morire, e non avessi altra fratellanza con le cose che un commiato, e questa casa e questo lato della via diventassero la fila di vagoni di un treno, e una partenza fischiata da dentro la mia testa, e una scossa dei miei nervi e uno scricchiolio di ossa nell’avvio.
Oggi sono perplesso come chi ha pensato, trovato e dimenticato. Oggi sono diviso tra la lealtà che devo alla Tabaccheria dall’altra parte della strada, come cosa reale dal di fuori, e alla sensazione che tutto è sogno, come cosa reale dal di dentro.
Sono fallito in tutto. Ma visto che non avevo nessun proposito, forse tutto è stato niente. Dall’insegnamento che mi hanno impartito, sono sceso attraverso la finestra sul retro della casa. Sono andato in campagna pieno di grandi propositi. Ma là ho incontrato solo erba e alberi, e quando c’era, la gente era uguale all’altra. Mi scosto dalla finestra, siedo su una poltrona. A che devo pensare? Che so di cosa sarò, io che non so cosa sono? Essere quel che penso? Ma penso di essere tante cose! E in tanti pensano di essere la stessa cosa che non possono essercene così tanti! Genio? In questo momento centomila cervelli si concepiscono in sogno geni come me, e la storia non ne rivelerà, chissà?, nemmeno uno, non ci sarà altro che letame di tante conquiste future. No, non credo in me. In tutti i manicomi ci sono pazzi deliranti con tante certezze! lo, che non possiedo nessuna certezza, sono più sano o meno sano? No, neppure in me… in quante mansarde e non-mansarde del mondo non staranno sognando a quest’ora geni-per-se-stessi? Quante aspirazioni alte, nobili e lucide -, sì, veramente alte, nobili e lucide -, e forse realizzabili, non verranno mai alla luce del sole reale nè troveranno ascolto?
Il mondo è di chi nasce per conquistarlo e non di chi sogna di poterlo conquistare, anche se ha ragione.
Ho sognato di più di quanto Napoleone abbia realizzato. Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo. Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto. Ma sono, e forse sarò sempre, quello della mansarda, anche se non ci abito; sarò sempre quello che non è nato per questo; sarò sempre soltanto quello che possedeva delle qualità; sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta, e ha cantato la canzone dell’Infinito in un pollaio, e sentito la voce di Dio in un pozzo chiuso. Credere in me? No, né in niente.
Che la Natura sparga sulla mia testa scottante il suo sole, la sua pioggia, il vento che trova i miei capelli, e il resto venga pure se verrà o dovrà venire, altrimenti non venga. Schiavi cardiaci delle stelle, abbiamo conquistato tutto il mondo prima di alzarci dal letto; ma ci siamo svegliati ed esso è opaco, ci siamo alzati ed esso è estraneo, siamo usciti di casa ed esso è la terra intera, più il sistema solare, la Via Lattea e l’Indefinito.
(Mangia cioccolatini, piccina; mangia cioccolatini! Guarda che non c’è al mondo altra metafisica che i cioccolatini. Guarda che tutte le religioni non insegnano altro che la pasticceria. Mangia, bambina sporca, mangia! Potessi io mangiare cioccolatini con la stessa concretezza con cui li mangi tu! Ma io penso e, togliendo la carta argentata, che poi è di stagnola, butto tutto per terra, come ho buttato la vita.) Ma almeno rimane dell’amarezza di ciò che mai sarà la calligrafia rapida di questi versi, portico crollato sull’Impossibile. Ma almeno consacro a me stesso un disprezzo privo di lacrime, nobile almeno nell’ampio gesto con cui scaravento i panni sporchi che io sono, senza lista, nel corso delle cose, e resto in casa senza camicia.
(Tu, che consoli, che non esisti e perciò consoli, Dea greca, concepita come una statua viva, o patrizia romana, impossibilmente nobile e nefasta, o principessa di trovatori, gentilissima e colorita, o marchesa del Settecento, scollata e distante, o celebre cocotte dell’epoca dei nostri padri, o non so che di moderno - non capisco bene cosa -, tutto questo, qualsiasi cosa tu sia, se può ispirare che ispiri! Il mio cuore è un secchio svuotato. Come quelli che invocano spiriti invoco me stesso ma non trovo niente.
Mi avvicino alla finestra e vedo la strada con assoluta nitidezza. Vedo le botteghe, vedo i marciapiedi, vedo le vetture passare, vedo gli esseri vivi vestiti che s’incrociano, vedo i cani che anche loro esistono, e tutto questo mi pesa come una condanna all’esilio, e tutto questo è straniero, come ogni cosa.) Ho vissuto, studiato, amato, e persino creduto, e oggi non c’è mendicante che io non invidi solo perchè non è me. Di ciascuno guardo i cenci e le piaghe e la menzogna, e penso: magari non ho mai vissuto, nè studiato, nè amato, nè creduto (perchè si può creare la realtà di tutto questo senza fare nulla di tutto questo); magari sei solo esistito, come una lucertola cui tagliano la coda e che è irrequietamente coda al di qua della lucertola.
Ho fatto di me ciò che non ho saputo, e ciò che avrei potuto fare di me non l’ho fatto. Il domino che ho indossato era sbagliato. Mi hanno riconosciuto subito per quello che non ero e non ho smentito, e mi sono perso. Quando ho voluto togliermi la maschera, era incollata alla faccia. Quando l’ho tolta e mi sono guardato allo specchio, ero già invecchiato. Ero ubriaco, non sapevo più indossare il domino che non mi ero tolto. Ho gettato la maschera e dormito nel guardaroba come un cane tollerato dall’amministrazione perchè inoffensivo e scrivo questa storia per dimostrare di essere sublime. Essenza musicale dei miei versi inutili, magari potessi incontrarmi come una cosa fatta da me, e non stessi sempre di fronte alla Tabaccheria qui di fronte, calpestando la coscienza di esistere, come un tappeto in cui un ubriaco inciampa o uno stoino rubato dagli zingari che non valeva niente.
Ma il padrone della Tabaccheria s’è affacciato sulla porta e vi è rimasto. Lo guardo con il fastidio della testa piegata male e con il disagio dell’anima che sta intuendo. Lui morirà ed io morirò. Lui lascerà l’insegna, io lascerò dei versi. A un certo momento morirà anche l’insegna, e anche i versi. Dopo un po’ morirà la strada dove fu stata l’insegna, E la lingua in cui furono scritti i versi. Morirà poi il pianeta che gira in cui tutto ciò accadde. In altri satelliti di altri sistemi qualcosa di simile alla gente continuerà a fare cose simili a versi vivendo sotto cose simili a insegne, sempre una cosa di fronte all’altra, sempre una cosa inutile quanto l’altra, sempre l’impossibile, stupido come il reale, sempre il mistero del profondo certo come il sonno del mistero della superficie, sempre questo o sempre qualche altra cosa o nè una cosa nè l’altra.
Ma un uomo è entrato nella Tabaccheria (per comprare tabacco?), e la realtà plausibile improvvisamente mi crolla addosso. Mi rialzo energico, convinto, umano, con l’intenzione di scrivere questi versi per dire il contrario. Accendo una sigaretta mentre penso di scriverli e assaporo nella sigaretta la liberazione da ogni pensiero. Seguo il fumo come se avesse una propria rotta, e mi godo, in un momento sensitivo e competente la liberazione da tutte le speculazioni e la consapevolezza che la metafisica è una conseguenza dell’essere indisposti.
Poi mi allungo sulla sedia e continuo a fumare. Finche il Destino me lo concederà, continuerò a fumare. (Se sposassi la figlia della mia lavandaia magari sarei felice.) Considerato questo, mi alzo dalla sedia. Vado alla finestra. L’uomo è uscito dalla Tabaccheria (infilando il resto nella tasca dei pantaloni?). Ah, lo conosco: è Esteves senza metafisica. (Il padrone della Tabaccheria s’è affacciato all’entrata.) Come per un istinto divino Esteves s’è voltato e mi ha visto. Mi ha salutato con un cenno, gli ho gridato Arrivederci Esteves!, e l’universo mi si è ricostruito senza ideale né speranza, e il padrone della Tabaccheria ha sorriso.
Molto tempo che non scrivo,
e ormai dopo molto tempo che non scrivo - scrivo che è moto tempo che non scrivo una cosa un po' tautologica a pensarci :)
Scrivere può essere una distrazione, una ricerca di sé, Pavese scriveva che scrivere unisce "il parlare a sé stessi e parlare ad una folla".
Le cose da dire sono sempre tante, o meglio le emozioni sono sempre tante e sembra che si rischi di banalizzarle a scriverle su un blog,.
Se si scrive di nostalgia l'attenzione cade, e la nostalgia quello di ciò che non è stato è sempre il mio sentimento più forte.
Penso a tante cose, nei dormiveglia confondo le case in cui ho abitato negli ultimi 10 anni e sono 4-5 diciamo, più mi tornano in mente le stanze in cui ho passato gli anni prima, e la testa fa una grande amalgama, fottendosene di quando era prima e quando era dopo, le aspettative giovani, superate sbaldracacte al vento, l'aspettare qualche riconoscimento da chi ti vuole bene, e forse dalla tua famiglia, forse il tasto più dolente della mia vita,
C'è un mio carissimo amico che dice che la famiglia di per sé è sempre qualcosa di doloroso, anche quando è bella e va tutto bene. Non è mai stato il mio caso, ma è una cosa troppo vera.
La famiglia riporta all'idea di quell'unità impossibile da perdere, al senso emotivo, sentimentale e morale dello stare al mondo, comunque sia.
Quando ho fatto tutto quello che ho fatto, la mia libertà nel bene e nel male penso parta proprio da questo, nel non essermi sentita moralmente vincolata a degli affetti troppo vicini di ordine famigliare, mentre ho sempre preservato con molto scrupolo il bene di quelle persone a me vicine amici e fidanzati che nel corso del mio tempo mi hanno accompagnato e sorretto, che hanno per forza di cosa moralità differenti anche se in certi punti non del tutto dissimili nei tuoi riguardi di quelle che può avere un vero genitore.
Insomma tutto questi caos, dal quale Nietzche diceva che origina stelle, non sempre appunto "si splende" ci sono a mio avviso due possibilità che corrono in sensi opposti, o rischi di annientarti proprio per mancanza di un ordine etico-morale, o con una forza che può solo giungerti dal cuore ti costruisci daccapo ex novo diciamo.
La fortuna altro punto cruciale della vita di tutti noi, per me cos'è la fortuna, ci ho pensato per rispondermi che non è il benessere, ma la fortuna è incontrare le persone giuste, quelle che non ci abbandonano, quelle che sempre potranno essere il nostro sostegno e la nostra porta d'uscita,
E forse una fortuna ancora più grande la consapevolezza di questo, di non essere mai soli. seppure il silenzio ah quanto è importante.
Nel silenzio tutto il tumulto passato macinato dal cuore diviene poesia.
Finalmente le giornate si stanno un po' alla volta accorciando anche se questa estate sembra tenere con questo caldo e questa afa, ma come dire l'idea che ormai sarà poca la resistenza che può fare la stagione mi solleva.
era un po' che non scrivevo e mi scuso, ma per scrivere con un po' di sentimento occorre creare almeno un poco silenzio e quando si è indaffarati in faccende di sopravvivenza non è facilissimo, l'azione la si mette a tacere sempre un po' dopo,così che quel silenzio che potrà venire dopo avrà un altro senso.
E' impressionante delle volte pensare come lo stare bene ci appartiene ed è la cosa più naturale con cui viviamo i giorno dentro e fuori, e altre volte in cui invece sentiamo ogni nostro sforzo vanificato dalla fatica, da ciò che va contro la nostra idea di bene, ma intanto tutto ci costruisce, Vedi sempre le solite cose succedere a persone diverse, il tempo che passa il cambio dei colori, le domande che cambiano con l'età, ma che poi alla fine quelle volte che trovano risposta hanno il loro silenzio, oppure il silenzio dell'arroganza di aver capito.
In un qualche modo tutto va a finire nel silenzio. Per un motivo o per l'altro. per verità, per saccenza o per sfinimento, ed è per questo che tutto diviene una lotta perché questo non accada.
Come dicevo è un periodo in cui sono molto impegnata più che altra con il lavoro delle foto, il ché mi piace, ma allo stesso tempo mi leva un po' la possibilità di dedicarmi alla scrittura, ciò che mi ha smosso anche per rimettere piede al blog oggi, è stata un'intervista passata verso le due di notte l'altro ieri a José Saramago (morto purtroppo a giugno di quest'anno) e che i più conosceranno per il suo romanzo Cecità.
Come si capisce chi vive su altri piani, e quelle persone che non parlano ma volano, un po' come faceva De Andrè con le sue canzoni. e diversi altre persone con la loro arte. Inutile dire che si capisce che questa gente è baciata da un'aurea diversa, un po' la sensazione che ho avuto conoscendo che ne so o Gianni Celati, o Ezio Vendrame per motivi completamente diversi, ma ci sono persone che abitano altri spazi, e sinceramente con Saramago ho proprio pensato questo che i genio così come l'eletto non ha né genitori, e né figli, ma gode dell'esistenza e la vede la manipola la trasforma nella sua trasformazione.
Parlava appunto dei luoghi, di dove vive e di dove ha vissuto, dice che "abitiamo in un posto, ma viviamo nella memoria" lui faceva l'esempio del fatto che viveva a Tias in Portogallo (dove è anche morto), ma quello che ricorda in continuazine erano i paesi che aveva abitato fino ad allora dalla sua infanzia, alla gioventù ed oltre, e che quei paesi che abita lui ad esempio, sono paesi di un altro tempo e un'altro spazio, ovviamente (parlava di Berlino), la Berlino che lui la poteva aver vissuto era viva nella testa, abitata nella sua testa, ma di certo non la Berlino di oggi.
Anche se di per sé può sembrare una considerazione ovvia, il modo in cui l'ha detto mi ha fatto pensare molto, e penso faccia pensare molto in molti; ho pensato che sì, il presente significa che ciò che viviamo è una stanza per il nostro futuro, ciò che viviamo è la nostra ipoteca, è quello di cui vivremo, ma inteso proprio come spazio tempo, è l'altrove che ci salverà, è fermare la vita vivendola per poterla rivisitare.
Ed è davvero così perché quando ricordo, tutto è vibrante ancora, forse più di allora eppure quelle cose sono andate.
Fuori ricomincia il caldo, e non l'ho mai amato. Tanto più ironia della sorte inizia sempre quando sto per compiere gli anni. Mia mamma mi diceva sempre che da grande mi sarebbe piaciuto il sole e il caldo, invece non è mai stato così. Cosa c'è di più solo dell'estate? I pomeriggi d'estate, mi verrebbe da dire, e se vogliamo approfondire le domeniche pomeriggio d'estate. E' molto bizzarra la specie umana invece, sembra che per questa l'estate abbia a che fare con la scoperta, forse più la conquista che tutti si muovono d'un veloce e sorridono come per beccarsi più rapidi possibili. Beati loro che credono in uno spostarsi di nuvole. E forse fanno bene.
Sicuramente come ho già detto, immagino (non so se l'ho già detto ma probabilmente quando le cose son vere si tendono a ripetere all'infinito anche si don stradette) Ezio Vendrame è uno delle persone che più mi hanno pensare, riflettere direi quasi illuminato tra quelle che ho incontrato nella mia vita, e quindi ogni tanto ho la necessità di postarlo, di farlo conoscere il più possibile, e riportare quello che dice, perché certo alcune cose possono sembrare ovvie e scontate ma dette da uno che le vive così in maniera pura vera da vero Cristo, ecco io credo assumano davvero tutt'altro significato. e ad ascoltarlo direi che non ci si sbaglia.
"Invano cercai di venere casa con me dentro"
"Io dico ai ragazzi di salvarsi da questa terza guerra mondiale, salvarsi significa avere ilo telecomando della propria vita in mano, dobbiamo noi scegliere le cose, non farsi scegliere. Dobbiamo essere i protagonisti della nostra vita senza nessuna paura di sbagliare. Sbagliamo che sbagliare è la cosa più bella della vita, ma sbagliamo decidendo noi i nostri sbagli..."
Girando un pò su internet son rimasta davvero colpita dal fatto che possano esistere aperto al pubblico dei siti pro-anoressia, e pro-bulimia,ai quali può avere accesso chiunque, minorenni incluse.
La cosa shoccante è che ci sono consigli amatoriali
-su come indurre il vomito, al fine che gli alimenti eventualmente ingeriti non vengano assimilati, specificando di non ingerire alimenti rossi che al momento dell'espulsione eventualmente si può confondere con il sangue.
-escamotage per non far vedere ai genitori, fidanzati, talvolta mariti che si vomita, e non si mangia incredibile sotto le feste le scuse che si inventano) e la solidarietà nel pensare nel voler pesare anche a 38 - 40 chili si rappresenta la perfezione.
La media dei visitatori per lo più donne è dai 13 ai 25 anni, con eccezioni naturalmente. Non mi capacito come sia possibile lasciare accesso libero a tutto questo, quando siti con contenuti sessuali vengono bannati di giorno in giorno (e non mi lamento) ma se giusto la censura si abbatte su questo blog, tanto più dovrebbe farlo con quest' altri che danno modo a queste ragazze con serissimo problemi della percezione del sé, a mantenere una solidarietà su una cosa non solo inaccettabile, ma se spinto oltre una certa soglia pericoloso per la vita fisica stessa, oltre che per quella psicologica.
Ovviamente qualunque nutrizionista e dietologo consiglierebbe cure psicologiche prima che fisic he a queste ragazze, o sicuramente se anche ci fosse qualche chilo di troppo, le soluzioni non si possono trovare in questo modo.
E' ormai passato poco più di un anno da quando Paride Idda, lo studente sardo dell'accademia ci ha lasciato. Io anche se non ne parlo poi spesso lo penso tanto, di come salutava tutti col sorriso così come quella mattina che fu l'ultima che lo salutai.
Penso che Sergio Endrigo con questa canzone "Una rosa bianca" renda benissimo l'idea di cosa significhi la purezza fisica e spirituale di una persona, tanto più un ragazzo di poco più di vent'anni, con tante speranze e forza nel divenire.
Questa canzone era inizialmente una poesia di José Martì, dedicata a un suo carissimo amico morto in guerra, canzone tradotta e cantata magistralmente da Endrigo
"coltivo una rosa bianca in luglio come in gennaio: cioè sempre e poi sempre nel cuore! perché certe distanze non saranno mai oblio, anche quando sembra che non ne parliamo più con la stessa intensità.
Un pò come quando in inverno si va sull'altipiano del Montasio a vedere i vasti prati bianchi, quelli che conservano i resti della TRINCEA del 14-18, e che un pò avvicina tante esistenze simili alle quelle vissute da José Martì.
Perché l'oblio appunto non cada mai sulla purezza. paride sei nei cuori di chi ha avuto la fortuna di averti vicino.
Cultivo la rosa blanca
En junio como en enero
Cultivo la rosa blanca
En junio como en enero
Para el amigo sincero
Que me da su mano franca...
Ci sono giorni che nel silenzio sembra mi pare che lo spirito altro non sia che uno stratificarsi di fogli a veline, quei fogli semitrasparenti che a forza di essere messi uno sopra l’altro prima o poi fanno un corpo reale e non più trasparibile – se così si potesse mai dire – dove tutto ha una sagoma ben definita e te puoi stare ovunque da sotto l’acqua o il sole ardente che ti senti indistruttibile.
Altri giorni che mi sveglio, (tutto succede, o mi succede per lo più quando mi sveglio) – che ho come la sensazione che qualcuno di quei foglietti semitrasparenti mi siano stati in un qualche modo tolti, e l’anima prende una vacuità incredibile e dilaga, dilaga, dilaga come un trucco sbavato. Anima e sognoforse comunicano troppo e scansano il corpo e te lo fanno pesare tutto.
Poisi pensa che è dura vivere, ma probabilmente è anche ben più dura morire, anche se qualcuno poi arriva a non pensarci più; però fatto ‘sta che almeno finché ci si lamenta è assodato che si è vivi quindi ancora in una condizione si vede sopportabile per quanto lamentevole. Insomma con il corpo ci si può lamentare, con l’anima dico solo quella, forse non ci si potrebbe nemmeno lamentare , sei solo anima che vaghi, e te pensi “che maronata che ho fatto a divenire solo un anima in pena…”,e poi non te ne puoi mettere nemmeno uno di cerotto, sei lì un anima in pena che cerca di camminare avanti iena che va avanti indietro per l’inferno, che non puoi neanche sfogarti e parlare male degli altri e con gli altri, che magari l’anima in pena sta male tale a prima - e anche non può nemmeno camminare avanti indietro, rivorresti le gambe per poter dire “oh qui che male che si sta” e andare avanti e indietro ad dirlo. Insomma anche lo stare male voglio dire credo delle volte abbi qualcosa di carnalmente consolatorio e non parlo certo di sadomaso, che pure quelle pure sono tecniche inverse per cercare di riscuotere un’anima, ma dove vanno poi?
“Non dice forse Pindaro che tutte le disgrazie di Tantalo gli derivano dal fatto che non era riuscito a sopportare la sua felicità?”
La domanda che è stata posta al post precedente è opportuna e quindi intendo rispondere. Perché se non si parla della vita, della gioia di un ragazzo parlare allora della sua morte? o meglio l'affermazione era questa
"Probabilmente non avresti mai scritto un post sulla gioia di vivere di Paride se non fosse morto, allora perché scriverne dopo?"
Ne avrei dunque parlato come se fosse rimasto vivo, in certo termini?
Ovvio che no. Il ché non vuol sminuire l’importanza della gioia e della vita, ma anzi sottolinearne l’importanza proprio nel momento in cui viene meno.
Certo si può vivere anche male, e tanto male, pure malissimo, ma finché si è vivi si è vivi ci sono possibilità alternative, si può pensare al fare, si è in discussione nel bene e nel male. La morte ci piomba in un niente. Almeno dal punto di vista umano. Carlo Vallini direbbe “Una camera muta” e poi
Perché parlarne?
Perché non solo si ragiona, ma si sente in primo luogo per sottrazione, e la sottrazione crea la necessità di far esistere quello che ci è stato sottratto.
Quando ci abituiamo a vivere in un contesto, ci abituiamo soprattutto all’ingerita’ di quel contesto , e sappiamo che anche quando non lo vediamo in un determinato momento nella sua completezza materiale - che quell’integrità viene mantenuta pure se in quel momento apparentemente non ci appare di fronte agli occhi, ma il nostro cuore, il nostro animo è tranquillo in questo tutto a noi noto.
Il "sentire per sottrazione", ci sbanda; un’esistenza mancata ci disabitua forzatamente alla nostra visione del quadro.
Altro discorso più semplice, quando c’è la gioa, c’è la vita questa ci appaga semplicemente vivendola e quindi non c’è bisogno di sottolineare nulla, perché l’ esistenza ci riempie come esistenza stessa, concatenata a tutta una serie di identità a noi ben conosciute non solo con la testa, ma anche con lo stomaco, il ché è ancora più importante. Fa tanto male, quel male che prende allo stomaco fino a farti piangere, perché se per la vita non ci servono troppe spiegazioni, per la sofferenza le cerchiamo.
Nemmeno la non fede basta per poter pensare ad un "mai più". Al di là di questo, non parlo di una morte a caso, non esiste un solo uomo morto, un solo ragazzo, però è proprio nell’esclusività dell’individuo che esiste il dolore.
Quando soffriamo, soffriamo meno perché sappiamo che c’è la fame nel mondo, o che altri milioni di persone sono in condizioni analoghe alle nostre? No. E allora perché ragionare in termini simili per la morte di un ragazzo, un ragazzo che non è certo sostituibile ad un altro, a allo stesso tempo avrebbe potuto essere un altro, qualcuno di noi compreso. Ma un ragazzo che posso dire che mi fa più male a pensare che sia lui nello specifico, non semplicemente per il fatto che conoscerlo, che quella potrebbe essere proprio la sofferenza primigenia che un altro individuo patisce anche in maniera un po’ egoistica vedendo nella perdita dell’altro una lesione alla proprio identità, ma perché Paride era un bravo ragazzo, proprio un bravo ragazzo nel senso più lindo che si possa intendere, lindo e poteva dare tanto, e ricevere tanto, di quelle persone ch contribuiscono alla serenità di chi ha vicino, oggi non è poco.
Ho perso diversi altri amici nella mia vita, anche morti in maniera più tragica se proprio vogliamo, e anche più giovani, e sono stata male, malissimo, ma in un qualche modo, non so come dire erano dentro un rapporto causale della propria morte, e se ciò non sminuisce la sofferenza, la sensazione di giustizia che ne è strettamente correlata sì.